Sostituita la vena cava con il cancro: è la prima volta. Operato paziente con 6 mesi di sopravvivenza: da 3 anni sta bene. La tecnica messa a punto allo Ieo di Milano. Veronesi: in 10 anni dimezzeremo i morti.

MILANO – Aveva sei mesi di sopravvivenza, è guarito. Un miracolo. Un miracolo laico, della scienza, realizzato all’ Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano. La prossima settimana se ne parlerà davanti alla platea internazionale dell’ Asco (l’ associazione americana di oncologia) e di nuovo l’ Istituto di Umberto Veronesi lancerà la sfida. “In dieci anni dimezzeremo la mortalità del tumore al polmone”, dice Veronesi a commento della nuova tecnica studiata e messa in pratica dall’ équipe di Lorenzo Spaggiari, direttore della chirurgia toracica dello Ieo. Una prima mondiale. 

A guardarlo, oltre ai giornalisti, il miracolato: Eugenio Molteni, pensionato comasco, 60 anni a luglio. Sono passati tre anni dall’ operazione. Ora, secondo le linee guida internazionali, quel tumore al polmone asportato non darà più segni di sé. Molteni osserva le immagini del suo tumore asportato dalle mani di Spaggiari, la sua vena cava «invasa» dalla massa neoplastica ricostruita, la sua trachea «ripulita» e ricollegata al polmone. Il tutto in 60 minuti, a cuore battente. Perché? Semplice. La circolazione extracorporea non si usa in caso di tumore: «Rischio metastasi», sintetizza Spaggiari. Umberto Veronesi osserva le immagini e, da chirurgo, si lascia sfuggire un commento che vale una medaglia al merito: “Spaggiari ha fatto un doppio salto mortale all’ indietro”. Molteni, la «cavia», ascolta e sorride. Quel doppio salto mortale all’ indietro a lui ha ridato la vita. Sì, perché quello di Molteni era proprio il tipo di tumore, senza metastasi ma infiltrante la vena cava superiore, finora inoperabile. Quanti casi come lui? Difficile a dirsi. I nuovi colpiti da cancro al polmone sono 35 mila ogni anno, un quarto è nelle condizioni di Molteni per varie ragioni (la cava infiltrata è una di queste). Spaggiari studiava questo tipo di chirurgia da anni: la vena cava è troppo grande per essere sostituita da un altro vaso dell’ organismo e anche le protesi sintetiche (dacron, goretex) sono inutili perché nel giro di pochi mesi o si chiudono a causa di un processo trombotico (nonostante gli anticoagulanti) o si infettano… Destino segnato. La svolta tre anni fa. Nello studio di Spaggiari si presenta il rappresentante di un’ azienda americana: gli propone un “foglietto” realizzato con il pericardio (la membrana che avvolge il cuore) di bue trattato (questa la novità) in modo da essere biocompatibile e non dare rigetto. Spaggiari ci prova: “taglia e cuce” il foglietto attorno a un tubo del diametro della vena cava del pensionato comasco. Parte l’ intervento e l’ esperimento: la vena cava è isolata e bloccata a monte e a valle del tumore di 4 centimetri, che viene asportato per intero insieme al tratto di cava infiltrato. Il “buco” è chiuso con la nuova protesi. Una bioprotesi. “Vedete – indica il filmato Spaggiari – pulsa, assecondando il ritmo del cuore… e il suo colore diventa blu: come una vera cava”. Intervento riuscito. Ma funzionerà la protesi? I tre anni tolgono ogni dubbio: non si chiude, non si infetta, non dà rigetto. Nel frattempo, con il pericardio di bue vengono operati altri 7 pazienti con tumore simile. Uno è morto, di polmonite. Gli altri attendono il traguardo dei due anni. Ma basta Molteni a fare storia: la tecnica è pubblicata (febbraio scorso) dal Journal of thoracic and cardiovascular surgery (importante rivista scientifica del settore) e lo Ieo ottiene l’ esclusiva sperimentale della nuova protesi. Il pericardio animale può essere usato per ricostruire anche altre parti: dal diaframma ai vuoti nel costato.

Tratto da: Corriere della Sera, 24 maggio 2006.

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